C’è una sorta di taxi zeppo di droghe che si aggira nella notte per le strade di Teheran. Lo guida Amir (Amir Pousti), un catatonico e barbuto spacciatore con una t-shirt slabbrata, abituato a dividere l’appartamento con un bulldog e orientato tra gli infinti identici dedali stradali dalle indicazioni di un robotico GPS. Un lungo magmatico ribelle esterno notte a sottili fioche luci naturali (lampioni, fari, luci interne di automobili) caratterizza “Buonanotte a Teheran-Critical zone”.
Il film di Ali Ahmadzadeh girato clandestinamente nella capitale iraniana, in prima italiana contesa per qualche ora sia al Milano Film Festival che al Biografilm di Bologna. “Taxi Driver”, certo, ma con un’aggiunta di “Fuori orario” e una spruzzata di decadente neorealismo allucinatorio e resistente. Perché Amir è uno spacciatore di sollievo e sopravvivenza, tra vecchi dell’ospizio, giovani tossici, ragazze imbavagliate e recluse sotto strati di chador e ipocrisia.
La droga, di ogni tipo e quantità, dalla coca all’oppio, dalla morfina all’erba, gira, anzi volteggia sulfurea, salvifica, liberatoria sotto un’opprimente allusiva ed invisibile cappa di controllo (videocamere, posti di blocco, vicini spioni) istituzionale e morale. Buonanotte a Teheran vive dell’invisibilità del male e specularmente del desiderio e della paura di infrangere le regole. In mezzo al dolore e alla dipendenza di gente che si deve fare, anche solo una canna, sbuca una lunga sequenza centrale nel film, una specie di isolamento spaziale, dove il protagonista recupera all’aeroporto una hostess appena tornata dall’Europa per venderle e comprare droga, e per farlo si rifugia in “camporella”, in mezzo ad un nulla di campi e polvere.






