Se il campione risveglia l’Italia

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Ora la nuova indagine sul delitto di Garlasco ruota attorno ai dispositivi elettronici. Dopo quasi vent’anni e una sentenza passata in giudicato, si riaccendono i riflettori su attività che, appare chiaro, avrebbero dovuto svolgersi già nel 2007. In questo scenario, dunque, sembra che più verità siano rimaste sepolte per anni. E’ davvero così?

Le perquisizioni a casa di Andrea Sempio, le sue chat, quelle della madre e delle gemelle Cappa riesaminate, i tabulati recuperati dal passato. Tra questi, i 280 messaggi scambiati proprio tra Paola Cappa – cugina di Chiara Poggi – e un amico. Frammenti di linguaggio privato che oggi tornano alla luce come potenziali chiavi di lettura. Tra questi, una frase: “Mi sa che abbiamo incastrato Stasi.”

Riletta oggi, in piena riapertura del caso, sembra un’indicazione precisa, un potenziale segnale. Il significato delle parole non si misura solo in superficie. Si misura nel contesto emotivo e cognitivo in cui sono nate. E soprattutto, si misura alla luce di un pericolo metodologico sempre in agguato: il bias di conferma. Il bias di conferma è un meccanismo mentale pervasivo. Una lente invisibile che ci porta, senza rendercene conto, a selezionare solo le informazioni che confermano la nostra ipotesi. In altre parole, vediamo ciò che vogliamo vedere. E lo interpretiamo come prova.