Gli attivisti del software libero la chiamano “tassa Windows”: una sorta di balzello che viene pagato da tutti i consumatori che acquistano un computer. Già, perché secondo la Free Software Foundation Europe – l’organizzazione garante del software libero e dei diritti digitali – è una ingiustizia imporre un sistema operativo e soprattutto imporre il suo pagamento anche a chi vorrebbe impiegare altro.
Qualcuno potrà sostenere che è un tema di lana caprina, dato che Linux in Italia vale circa il 3% del mercato (Statcounter, aprile 2025), Chrome Os meno dell'1% e il resto del mondo software circa il 4,6%; contro il 72,8% di Windows e il 7% di MacOs. Ma in realtà da una parte il costo della licenza di Microsoft Windows è incluso nel prezzo ed è complicato recuperarlo, dall’altra c’è un tema di neutralità. Teoria per altro sostenuta dal primissimo casseur digitale: Paolo Attivissimo nel 2000 si distinse proprio per una battaglia in tal senso, stilando poi una guida operativa per ottenere rimborsi.
“Costringere i consumatori ad acquistare software ogni volta che acquistano un nuovo dispositivo, senza la possibilità di rifiutare il pacchetto software, è contrario alla neutralità del dispositivo . Inoltre, è illegale quando i produttori non consentono ai consumatori di recuperare i costi di licenza del software non utilizzato”, sostengono gli attivisti.








