Le associazioni fanno muro sull’estensione della tassa sulla copia privata, l’imposta versata dai consumatori al momento dell’acquisto di dispositivi elettronici. Una tassa che serve a finanziare il pagamento dei diritti d’autore per opere audio e video che potrebbero essere salvate e riprodotte dagli stessi dispositivi. Fino ad ora la tassa ha colpito l'elettronica dotata di memoria fisica, come cellulari, computer o hard disk, ma in futuro le cose potrebbero cambiare. Nella consultazione avviata dal ministero della Cultura si ipotizza di colpire anche gli abbonamenti alle piattaforme cloud, con un balzello del 20%, e pure i cellulari ricondizionati, per i quali la tassa è stata già pagata al momento del loro primo ciclo di vita.“Estendere il compenso per copia privati ai servizi cloud ha un rischio concreto: rallentare la digitalizzazione del Paese e penalizzare le pmi italiane, spina dorsale del tessuto produttivo italiano”, hanno tuonato l’Associazione italiana internet provider (Aiip) e l’Associazione nazionale delle imprese ICT di Confcommercio (Assintel) che hanno preso carta e penna per scrivere direttamente al ministro della Cultura Alessandro Giuli.Una tassa che frena la digitalizzazione del Paese, secondo le associazioniLe due associazioni si ritrovano costrette a evidenziare l’ovvio nella loro missiva: “Lo storage remoto – hanno scritto – non è un supporto fisico, ma un servizio virtuale che consente di archiviare, elaborare e condividere dati online, utilizzato in gran parte per contenuti autoprodotti. I supporti che lo rendono possibile hanno già scontato il contributo al momento dell’acquisto degli hardware. Estendere la tassa significherebbe imporre un doppio prelievo, del tutto sproporzionato rispetto alle finalità originarie della normativa, a danno di cittadini e aziende che usano il cloud soprattutto per contenuti autoprodotti o attività professionali, non per opere soggette a diritto d’autore”.Giuliano Claudio Peritore, presidente di Aiip, ha chiesto quindi di “stralciare l'applicazione ai servizi cloud, in particolare quelli B2b, e semplificare le modalità di compliance, per non trasformare il diritto alla copia privata in una tassa occulta sull’innovazione”. Per Paola Generali, presidente Assintel, l’imposta “non solo introduce un doppio prelievo a carico di cittadini e imprese, ma rischia di generare un freno alla digitalizzazione del Paese: il cloud – ha ricordato – è la base per lo sviluppo di soluzioni di intelligenza artificiale, big data e cybersecurity, e rappresenta per le pmi uno strumento indispensabile per essere competitive sui mercati globali”.Anche l’Associazione nazionale importatori e produttori di elettronica civile (Andec) non ci sta e contesta “alla radice” ciò che ritiene “un dinosauro normativo”, visto che ormai “nessuno” – ha messo nero su bianco l’associazione che aderisce a Confcommercio – salva audio e video sui propri computer data la diffusione delle piattaforme di streaming.La richiesta al ministero è quindi “di porre fine” alla tassazione e “considerare diverse modalità di finanziamento di autori ed editori”. Lo schema di decreto ministeriale 2025 che tante polemiche ha scatenato, scrive Andec, “si pone in realtà l’unico scopo di reiterare una misura anacronistica ideata al fine di preservare ed alimentare un gettito evidentemente molto interessante”, senza considerare “che questa discutibile finalità viene perseguita gravando con pesanti oneri economici prodotti che nulla hanno a che fare con la produzione di copie di opere protette dal diritto d’autore, sulla base di una presunzione d’uso”.Confindustria, invece, promuove l'azione del governoLa tassa, come censito da un sondaggio di Anitec-Assinform a Synallagma, generebbe 150 milioni di euro l’anno che vengono gestiti dalla Siae che remunera i suoi iscritti e trattiene 10 milioni di euro per il servizio. Le imprese culturali non vogliono rinunciare a queste risorse e condividono il disegno del ministero della Cultura. “Ne auspichiamo l’approvazione”, ha chiarito Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia.“L’adeguamento dei compensi è finalizzato a sostenere la cultura di questo Paese e i lavoratori del settore: remunerare equamente chi crea e produce cultura significa garantire il presupposto essenziale di libertà e competitività per l’intera industria culturale italiana. Come succede ovunque in Europa”, ha sostenuto il numero uno degli industriali della cultura.Rispetto all’analisi comparativa dei compensi applicati in Italia e in altri Paesi europei, ha poi chiosato Abete, “emerge chiaramente che qui il compenso per copia privata pro capite ha un valore più basso (2,3 euro) rispetto alla media europea (2,5 euro), con la Francia a 4,1 euro e la Germania a 2,9 euro. Non solo: l’incidenza dei compensi sul mercato più rilevante, quello degli apparecchi, qui è inferiore rispetto alla media degli altri Paesi europei (0,9% vs 1,3%)”.