È scoppiato un putiferio sulle nuove tariffe per la cosiddetta “copia privata”, ossia sul compenso applicato sull’acquisto di dispositivi – dagli smartphone ai tablet passando per pc, chiavette usb, cd e dvd, hard disk, tv e decoder dotati della funzione di registrazione – in riconoscimento forfettario delle opere audio e video protette dal diritto d’autore sui contenuti che i consumatori usano per l’appunto a esclusivo uso privato. In sostanza, un balzello perché attraverso questi dispositivi si possono “memorizzare” prodotti coperti da copyright.Nei giorni scorsi il ministero della Cultura ha avviato la consultazione (aperta fino al 1° settembre) sullo schema di decreto ministeriale in cui sono state messe nero su bianco le nuove tariffe (la determinazione viene fatta ogni 3 anni per decreto e già nella precedente edizione non sono mancate le polemiche). E per la prima volta entra nella lista anche la “memoria in cloud o spazio di memorizzazione in cloud”. Sul piede di guerra l’Asmi, l’Associazione nazionale supporti e sistemi multimediali che denuncia “aumenti indiscriminati del 20% su tutti i supporti di archiviazione dati”, una decisione che rappresenta “l’ennesimo colpo di mano arrogante e illegale del Ministero della Cultura e della Siae”. Nonostante le sentenze della Corte di giustizia europea e del Consiglio di Stato “con cui i pregressi decreti sono stati annullati – ricorda l’Associazione - il ministero continua a percorrere un vicolo cieco e si espone a continue impugnazioni dei decreti stessi”.Non solo: sono quattro le categorie aggiunte alla voce smartphone, ossia i dispositivi che hanno dai 265 Gb fino a 2 Tb con prezzi con un compenso che va da 8,64 euro a 9,69 euro. E ancora: per la prima volta il compenso si applica anche ai prodotti ricondizionati, ossia apparecchi e supporti non nuovi “che siano oggetto di operazioni di commercializzazione, all’ingrosso o al dettaglio, dopo essere stati sottoposti, in tutto o in parte, a operazioni di rigenerazione o comunque a interventi tecnici per la verifica o il ripristino delle funzionalità d’uso, anche mediante la sostituzione di componenti”, si legge nello schema di decreto, comportando così un doppio balzello sullo stesso device (si paga il compenso prima sullo prodotto nuovo e poi la seconda volta quando viene ricondizionato).Asmi: effetto boomerang su consumatori, editori e SiaeSecondo l’Asmi le tariffe andrebbero abbassate e non alzate: “L’importo del compenso per copia privata costituisce allo stato attuale una parte sostanziale e spesso preponderante del prezzo al pubblico dei supporti e dei sistemi di registrazione e l’attuale proposta di aumento è abnorme e inaccettabile”. Ed è già scattato l’allarme sugli impatti della misura: “L’aumento graverebbe totalmente sui consumatori, determinando incrementi di oltre il 50% dei prezzi, già ora gravati da una tassa esorbitante che spesso supera il valore del bene e mettendo a rischio la sostenibilità delle imprese e la competitività del settore nel mercato nazionale. Un abnorme favore al mercato illegale e alle vendite dall’estero”. E impatti negativi ci sarebbero anche per autori ed editori: “L’aumento delle tariffe produrrà un’ulteriore diminuzione delle vendite nel mercato legale”.La copia privata è obsoleta, il 70% degli italiani usa il cloudSecondo i dati emersi da un sondaggio commissionato un anno fa da Anitec-Assinform a Synallagma (società di consulenza del gruppo internazionale per la tutela dei consumatori Euroconsumers) gli introiti che la Siae riceve dal contributo per la copia privata superano i 150 milioni di euro l’anno, 10 dei quali sono trattenuti dalla stessa Siae in qualità di gestore del servizio.Dal sondaggio è emerso altresì che quasi la metà degli italiani (il 48%) non hai mai fatto ricorso alla copia privata preferendo l'uso dei servizi streaming che è aumentato in modo esponenziale. Riisulta in costante aumento l’uso dei servizi di cloud personale per l'archiviazione di contenuti personali: il 68% degli intervistati utilizza il cloud, principalmente per salvare foto, video personali e documenti, e solo il 30% vi memorizza contenuti audio o video (82% copiati da contenuti originali). Tant’è che la stessa Anitec-Assinform aveva suggerito un adeguamento del contesto normativo come presa d’atto dell’obsolescenza dell’istituto della copia privata. E aveva auspicato decisioni in controtendenza rispetto a quanto fatto negli scorsi anni.Gli spazi cloud gratuiti diventeranno a pagamento?L’appello non solo non è stato colto nella sostanza ma è stata rincarata la dose su smartphone e dispositivi ricondizionati. E l’inserimento delle memorie e gli spazi cloud nella lista dei supporti da “tassare” apre un ulteriore fronte di dibattito e scontro.Contattata da Wired la Siae si trincera dietro il “no comment” e bocche cucite anche al ministero della Cultura. Intanto iniziano a farsi strada le prime ipotesi sull’eventuale impatto, peraltro inedito, sui consumatori italiani perché se il decreto passasse così com’è si tratterebbe di un unicum in Europa. Che faranno i provider cloud che forniscono spazi di archiviazione gratuiti? Si pensi a servizi quali OneDrive, Google Drive, Dropbox, iCloud per citarne alcuni. Se li faranno pagare dagli utenti? E aumenterà il prezzo dei servizi già in abbonamento? “È fissato un compenso mensile massimo applicabile di 2,40 euro per utente (che quindi fa quasi 30 euro all’anno, ndr)”, si legge nello schema di decreto in cui si specifica che “la dichiarazione trimestrale, deve indicare, per ogni mese del trimestre oggetto di dichiarazione, il numero di utenti attivi, rilevati l’ultimo giorno di ciascun mese solare, e la relativa capacità di memoria in cloud o spazio di memorizzazione in cloud a loro disposizione”. Burocrazia che impatta sull’operatività delle aziende considerati le migliaia e migliaia di utenti che usano i servizi e che dunque potrebbe indurre i provider cloud a “recuperare” i costi proprio dai consumatori.