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Mercoledì nel carcere Marassi di Genova c’è stata una violenta protesta a cui ha partecipato un centinaio di detenuti: hanno danneggiato celle e aule scolastiche, e in decine sono saliti sul tetto del carcere. La protesta è stata tutto sommato contenuta: è durata un paio d’ore senza gravi danni agli edifici, e i detenuti sono rientrati nelle celle in maniera spontanea. Quattro agenti sono rimasti feriti in maniera non grave.

A rendere eccezionale quello che è accaduto è stato però il motivo per cui è successo: i detenuti non protestavano genericamente contro le proprie condizioni detentive, come spesso succede in casi simili, ma a difesa di un detenuto 18enne che sarebbe stato seviziato per tre giorni da alcuni compagni di cella senza che gli agenti facessero qualcosa per impedirlo (o volontariamente, o perché non se ne sarebbero accorti, pur facendo diverse ronde davanti alla cella). La procura di Genova ha parlato di un «atto di solidarietà» tra detenuti, e di un regolamento di conti fatto in assenza di istituzioni in grado di accorgersi di quello che stava accadendo e di gestirlo.

La protesta è già diventata un caso: la procura di Genova ha avviato un’indagine per chiarire cosa sia successo esattamente al detenuto per cui è nata la protesta, ed è già iniziata un’ispezione all’interno del carcere da parte del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (DAP), l’ente del ministero della Giustizia che si occupa di tutte le carceri italiane. Nel frattempo Fabio Pagani, coordinatore ligure dell’Uilpa, l’organizzazione sindacale della polizia penitenziaria, ha chiesto le dimissioni della direttrice del carcere, Tullia Ardito.