Che il fine pena sarebbe giunto anche per Giovanni Brusca, il boia di Capaci, era scontato. Come scontata è la polemica che la notizia ha suscitato. La politica si divide. Ma è difficile pensare che la legge sui pentiti, voluta dallo stesso Giovanni Falcone, possa subire modifiche, malgrado l’amarezza dei familiari delle vittime. «Ho appreso la notizia della liberazione definitiva di Giovanni Brusca. Lo so bene che è stata applicata la legge ma sono molto amareggiata. Ritengo che questa non è giustizia né per i familiari né per le persone perbene. A distanza di 33 anni i processi continuano e non sappiamo la verità. Mi aspetto che la città si indigni, se è vero che è cambiata», commenta, amareggiata, Tina Montinaro, la vedova di Antonio Montinaro, il caposcorta di Giovanni Falcone morto il 23 maggio del 1992 insieme al giudice, alla moglie Francesca Morvillo e agli altri due agenti che proteggevano il magistrato, Vito Schifani e Rocco Dicillo.
Brusca, secondo le ricostruzioni investigative e su sua ammissione, azionò il telecomando che innescò la terribile esplosione che sventrò l’autostrada a Capaci uccidendo Falcone. Solo uno dei crimini efferati commessi dal boss di San Giuseppe Jato che, dopo aver deciso di collaborare con la giustizia, ha confessato 150 omicidi tra i quali quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito sequestrato, strangolato e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia. Finito in cella nel 1996, dopo una falsa partenza da pentito (finse di collaborare con la giustizia), Brusca ha scritto migliaia di pagine di verbali autoaccusandosi di stragi e delitti e consentendo agli inquirenti di mettere a segno centinaia di arresti. Ma sulla sua sincerità, specie riguardo ai propri beni e ai propri favoreggiatori, i dubbi sono sempre rimasti.










