Vero. Verissimo. Viene sempre un po’ di malinconia all’idea che un’auto possa essere l’ultima di una stirpe. Se poi quell’auto non è una macchina qualsiasi, ma una Lotus. E se poi quest’auto non è una Lotus qualsiasi, ma l’Emira… Beh la faccenda cambia ancora. Già perché l’Emira sembra voler raccogliere l’eredità di Colin Chapman – il profeta della leggerezza, il mistico dell’“aggiungere potenza ti rende più veloce in rettilineo, togliere peso ti rende più veloce ovunque” – e portarla, orgogliosa e testarda, nel nostro mondo di touchscreen e frenate automatiche. L’Emira V6 SE e l’Emira Turbo, appena presentate, sono un grido di resistenza, un manifesto su quattro ruote per dire “Noi siamo ancora qui, e guidare è ancora un’arte”.
Non fraintendetemi. Non sto parlando di nostalgia, quella malattia che ci fa rimpiangere carburatori inceppati e volanti che vibravano come trapani. L’Emira non è un revival, non è un’auto che guarda indietro. Non è l’Elise, per capirci. È una creatura moderna, scolpita con linee che sembrano disegnate dal vento, con un abitacolo ribassato che ti fa sentire più vicino all’asfalto di quanto non sia strettamente necessario. È muscolosa, scenografica, e ha quel rigore estetico oggi sempre più raro nelle supercar. Ma poi ha tanta sostanza, quella che Chapman avrebbe approvato con un cenno del capo: un telaio che parla al guidatore, uno sterzo idraulico che sembra un’estensione dei tuoi pensieri, sospensioni che si inchinano alla strada senza mai inginocchiarsi.






