Pare che la nuova arma geopolitica non sia più il petrolio o l’atomica, ma un algoritmo ben addestrato e una pala eolica. Se un tempo si conquistavano territori con i carri armati, oggi basta qualche riga di codice e un tweet con le parole «transizione energetica» per riorientare gli equilibri globali. E mentre Cina e Arabia Saudita fanno all-in sul futuro, l’Occidente sembra convinto che basti evocare l’intelligenza artificiale durante i convegni per restare rilevanti. La nuova geopolitica non ha più bisogno di generali: bastano ingegneri, chip e qualche giga di dati. Ma occhio: il prezzo dell’ignoranza potrebbe essere ben più salato di quello del barile. Non è, infatti, solo un periodo di disordine conseguente alle politiche tariffarie di Trump.

Viviamo un mondo in cui la geopolitica e la rilevanza relativa degli Stati stanno mutando in relazione alla progressiva affermazione di nuove determinanti della competitività. Tra queste, la prima fa riferimento alla transizione energetica, ovvero alla necessità – per via del livello di inquinamento raggiunto con l’utilizzo delle sorgenti fossili – di sostituire le attuali fonti di approvvigionamento con un sistema nuovo, fondato sulle fonti rinnovabili. Si tratta di una transizione del tutto diversa da quelle del passato: il passaggio dalla legna al carbone fu infatti motivato da una maggiore funzionalità e da costi inferiori (della nuova fonte), incentivi che non sono (ancora) presenti in gran parte del (nuovo) sistema energetico essenzialmente nato per via degli enormi problemi ambientali del pianeta Terra.