Egregio Direttore, il 23 maggio 1887 mio bisnonno Angelo Francesco, partito dalle campagne di Caorle e attraversato l'Atlantico, sbarcò a San Paolo del Brasile con la giovane moglie e cinque fratelli. Andarono tutti a vivere a Babilonia, un borgo rurale dello Stato di Minas Gerais. Da chi fosse popolato lo dice il nome. Dopo una decina d'anni fecero ritorno a Caorle con i figli nati in Brasile, tra cui mio nonno Ernesto. Se i miei ascendenti e quindi io stesso, ci fossimo fermati in Brasile, con la nuova legge sulla cittadinanza iure sanguinis, non avrei più diritto al riconoscimento di quella italiana.

Il "sangue" non vale più, forse perché troppo annacquato? Però è giusto porsi anche una domanda: perché la legge precedente è stata modificata con "procedura d'urgenza"? Il vero motivo è che le pratiche di cittadinanza degli oriundi stavano intasando le anagrafi comunali e gli uffici giudiziari. Con una aggravante: questi (oramai) extracomunitari, dopo aver acquisito la cittadinanza italiana, in massima parte se ne andavano in altri paesi della Unione Europea.

Ma invece di trovare modalità per rendere più attrattivo il Paese, si è preferito risolvere il problema togliendo un diritto. La nazione dei sempre più vecchi (lunga vita!) e dei sempre meno avanza. Forse i nuovi legislatori pensano che è meglio una nazione scarsa (di cittadini) e un Paese scarsamente nazionale (per sangue). Io invece penso che, più banalmente, a dettare le scelte sia stata la nostra irrimediabile arretratezza burocratica.