Se è mai esistito un tempo in cui l'umiltà è apparsa come un valore positivo – il dubbio è legittimo – certamente non è questo che ci è stato dato in sorte di vivere.

Eppure la conosciamo bene. Non ci sono grandi dubbi sul significato. Il dizionario Treccani ci ricorda che identifica la “Qualità di ciò che è umile, non nobile, modesto”. E ancora specifica: “Sentimento e conseguente comportamento improntato alla consapevolezza dei proprî limiti e al distacco da ogni forma di orgoglio e sicurezza eccessivi di sé”. Basterebbe questa definizione per portare l’umile lontano dal nostro mondo dove dominano i suoi contrari: superbo, altero, orgoglioso, altezzoso, presuntuoso, arrogante, sprezzante, strafottente, prepotente.

Il limite evidenziato dai sinonimi. Fin dove possa spingersi l’umiltà è messo in evidenza da alcune parole che le sono accostate come sinonimi: la modestia, quando indica la mancanza di vanto e la consapevolezza dei propri limiti. La deferenza, ossequio verso chi è superiore e riteniamo meritevole di particolare rispetto. Perfino docilità, mansuetudine e sottomissione, cioè la disposizione a sottomettersi agli altri se siamo disposti a riconoscerne l’autorità. Se invece siamo costretti – e sono casi frequenti - è un’altra faccenda e ne parleremo più avanti.