Se vogliamo ridurre una lunga storia a un semplice cambiamento di significato, il bel vocabolo latino “fiducia” si sposta nel giro di qualche secolo dal senso di “fiducia in sé” a quello di “fiducia negli altri”. Lo spostamento non è da poco, perché il soggetto cede all’oggetto, la qualità da attiva diventa passiva. Nella letteratura classica di Roma, infatti, “fiducia” indica primamente una forma di “autostima”: è virtù tipica dei sicuri, dei baldanzosi, perfino degli audaci, e sta con altre virtù eroiche come la “constantia” (fermezza) e la “fortitudo” (il “coraggio”).
La ricerca della felicità passa dalla condivisione della lettura
Hai “fiducia” se credi nei tuoi mezzi; e quindi se sai quel che devi fare. Oh, fiducioso come sei, è certo che lo farai al meglio! Questo perché ti misuri con un mondo i cui meccanismi ti sembrano, per quanto complicati, chiari e controllabili. Questo primo tipo di fiducia comincia a vacillare nel momento in cui il mondo ti si rivela assai meno comprensibile e, dunque, comincia a sfuggirti.
Tu e la realtà avete smesso di appartenere l’uno all’altra, tu chissà chi sei, e chissà che cos’è la realtà, e la conoscenza di qualunque cosa non è più né immediata né certa (c’è voluta la morte della politica, con il passaggio dalla repubblica all’impero, e poi c’è voluto il cristianesimo). E così ti ritrovi un po’ più filosofo della vita, un po’ più ironico…









