La parola genocidio, coniata nel 1944 dal giurista polacco R. Lemkin, si riferisce spesso al tentativo, fortunatamente fallito, di sterminio totale degli Ebrei. Come chiamare l’annullamento di altri popoli e della loro cultura, quando il tentativo ha successo? Come chiamare, ad esempio, la sorte dei nativi americani?

La violenta reazione alla colonizzazione europea li rendeva “selvaggi”. Nei film western i massacri dei coloni, di solito, sono solo evocati, come in Sentieri Selvaggi, in cui John Wayne-Ethan Edwards entra nella casa distrutta dall’incendio appiccato dai Comanche e trova i cadaveri massacrati della famiglia di suo fratello. Impedisce l’ingresso al figlio adottivo delle vittime per sottrarlo a qualcosa che lo avrebbe segnato per sempre, come segnò lui, portandolo su un selvaggio sentiero di morte. Il titolo originale (The Searchers) evoca la ricerca della nipote di Ethan, Debbie, sopravvissuta al massacro (una sorta di ostaggio); ma chi saranno i selvaggi del titolo italiano? I nativi, o anche i bianchi lacerati dal dolore, diventati essi stessi selvaggi?

Wayne-Ethan è talmente accecato dall’odio che sta per uccidere Debbie, oramai “inselvatichita”, per poi ricredersi all’ultimo momento, alzandola da terra. L’odio che rode Ethan lo avvicina alla barbarie che attribuisce ai Comanche: i “selvaggi” non sono solo i nativi americani, ma anche i cosiddetti “civilizzati” assetati di vendetta. Gli indiani non si riproducevano molto e in molti film parlano di coloni bianchi “numerosi come le cavallette”. Più ne uccidi e più ne arrivano, dicevano. Altri popoli sono più prolifici. Un amico egiziano mi disse che i Palestinesi hanno un’arma formidabile: i figli. Non ce la faranno ad ammazzarli tutti, mi disse. Intanto ci provano.