Immaginiamo per un attimo che gli italiani decidano in massa di seguire l’indicazione della loro presidente del Consiglio. Che quindi domenica si mettano in fila ai seggi, salutino presidenti e scrutatori, forniscano il documento d’identità e poi voltino le spalle rifiutando le cinque schede referendarie. Sarebbe serio? Sembreremmo un popolo vagamente schizofrenico. Basterebbe insomma prendere in parola Giorgia Meloni per capire che stavolta non va presa in parola. E questo non è mai un buon risultato per un primo ministro.Naturalmente l’appello all’astensione, checché ne dicano i promotori dei referendum, è perfettamente legittimo. La Costituzione definisce sì il voto un «dovere civico», ma la legge non sanziona chi non vota: è dunque un «dovere», ma non un «obbligo». Inoltre, astenersi può anche essere un modo di esprimere il proprio orientamento. È infatti la Costituzione stessa a fissare un quorum elevato affinché la consultazione sia valida (il 50% più uno degli aventi diritto); con ciò accettando implicitamente che ci si possa opporre ai quesiti referendari anche non recandosi alle urne. La «ratio» di questa norma è peraltro molto democratica: i «padri fondatori», cui di solito si riconosce il merito di aver scritto «la Costituzione più bella del mondo», erano infatti consapevoli del rischio che una minoranza di cittadini potesse cancellare una legge votata dalla maggioranza del Parlamento, che rappresenta tutti gli italiani. E così lo impedirono.
Una terza via per i referendum
Tutte le posizioni sono legittime. Ma la premier ha scelto la via di fuga. Bisogna però intervenire su uno strumento in crisi











