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Gaia Piccardi, inviata a Parigi

Lorenzo è diventato grande, lo certifica la gestione accorta della lunga crisi che lo ha colpito con Tiafoe: «Mi approccio in modo più professionale anche al tennis»

Questa è una storia di sentimenti, oltre che il riscatto sociale di un rovescio monomane made in Italy che da lunedì salirà, come minimo, al n.6 del ranking (addirittura n.5 se stasera Djokovic perdesse da Zverev). Mentre Lorenzo Musetti fa la sua conferenza stampa da semifinalista del Roland Garros — venerdì contro Carlos Alcaraz nella rivincita di Montecarlo e Roma —, in un angolo brillano gli occhi a Simone Tartarini, il maestro di club che per primo intercettò il talento del ragazzo di Carrara e che oggi dice, nascondendosi dietro la barbetta incolta: «Se io sono diventato un coach di alto livello è perché alleno da quindici anni un tennista di altissimo livello».

Se mai ci fossero stati dubbi, è ufficiale: il bambino che a otto anni arrivò al Tc La Spezia con una presa Continental (ora è Eastern) e tutti i colpi in back (Tartarini gli proibì di usarli per mesi: il top spin Lorenzo l’ha imparato così, con la terapia d’urto) è diventato grande. Prima ancora del punteggio, quattro set (6-2, 4-6, 7-5, 6-2) che consegnano Musetti alla seconda semifinale Slam della carriera dopo Wimbledon 2024, lo certifica la gestione accorta della lunga crisi che nei quarti permette a Frances Tiafoe di annettersi il secondo set, e di manovrare il gioco anche nel terzo.