ALBA (CUNEO). Olivi varietà leccino, grignano e taggiasca al posto di vigneti varietà nebbiolo, dolcetto e barbera. E un frantoio in cantina, dove ci sono sempre state vasche e botti. Se volete una rappresentazione plastica del cambiamento climatico, fate un salto in Langa, sulla collina al confine tra Alba e Diano d’Alba, uno degli 11 comuni in cui si produce il Barolo. È qui che il venticinquenne Edoardo Rinaldi, quarta generazione di una famiglia albese di imprenditori oleari che può vantare oltre 100 mila clienti a domicilio in Nord Italia, ha deciso di avviare quella che potremmo definire una «via del sale percorsa in contromano». «Se nel primo Dopoguerra mio bisnonno Alfredo partiva da Alba e attraversava le Alpi per barattare con i liguri i nostri vini e le nostre carni con olio, sale e acciughe, oggi con l’aumento delle temperature ormai acclarato credo che sia arrivato il momento di produrre direttamente qui il nostro primo extravergine di Langa», dice il giovane Edoardo. Il coraggio e le risorse non gli mancano. Con il placet e il finanziamento di papà Alberto, amministratore delegato dell’azienda, la famiglia Rinaldi ha deciso di convertire quella che una volta era la cantina Roche di Alba in una azienda olearia a tutti gli effetti, nel cuore delle colline del vino. «Abbiamo espiantato quattro ettari di vigneto nella nostra tenuta e da venerdì inizieremo a impiantare 1200 alberi di olivo in quelli che qui vengono definiti i Sörì, ovvero le posizioni più assolate esposte a sud per proteggere le piante dalle gelate. Abbiamo scelto le varietà tipiche del Nord Italia, ovvero il frantoio o taggiasca, il leccino e il grignano per ottenere un olio delicato e dolce, simile a quello ligure». Effetti del cambiamento climatico Intendiamoci: gli olivi in Langa non sono una novità. Complice il climate change, alcuni produttori di vino hanno già affiancato da anni le olive alle uve. Uno dei primi è stato Massimo Rinaldi - stesso cognome, ma nessuna parentela – nella frazione albese di Santa Rosalia, proprio di fronte al castello di Grinzane Cavour. Anche il barolista Alfio Cavallotto a Castiglione Falletto produce un preziosissimo olio, di cui va fiero al pari di una Riserva Bricco Boschis Docg. E poi Ferdinando Principiano, produttore di Monforte, che ha scelto l’Alta Langa di Murazzano per riscoprire una biodiversità ormai perduta sulle colline del vino. Ed è proprio con Principiano e con l’agronomo Antonino De Maria, esperto di olivi e olio in Piemonte e in Nord Italia, che i Rinaldi hanno condiviso per primi la loro idea. D’altra parte, il surriscaldamento sta modificando il panorama stesso delle colline: oggi, le aree viticole più rinomate si trovano in fasce geografiche piuttosto ristrette, che le rendono automaticamente più sensibili agli effetti del clima rispetto a quanto normalmente avviene per altre colture. Basta una lieve variazione - un po’ più di pioggia, un po’ più di sole - per far mutare lo stile, la personalità, l’importanza di un vino. E se le maison dello Champagne da tempo hanno iniziato a investire in ettari nel sud dell’Inghilterra e molti pionieri sono andati alla ricerca di zone vitivinicole finora considerate inadatte come la Valle di Okanagan nella Columbia Britannica canadese, la Norvegia o la Polonia, nel Sud Piemonte con il fenomeno Alta Langa i produttori di bollicine sono andati a piantare vigneti dove fino a poco tempo fa c’erano solo boschi e noccioleti. Il progetto legato all’olio Forti del proprio mestiere, i Rinaldi si sono spinti un po’ più avanti, immaginando un vero e proprio progetto aziendale legato all’olio. «Il prossimo anno aggiungeremo un altro ettaro e mezzo di olivi – assicura Edoardo -. Se tutto va bene, tra quattro o cinque anni potremo contare sui primi raccolti». Considerando che da ogni pianta si ricavano circa 30 chili di olive e 6 litri di olio di qualità, la produzione non raggiungerà i 10mila litri. Nulla in confronto ai 600mila litri di olio che i Rinaldi vendono ogni anno, a cui si devono aggiungere altri due marchi, Raineri e Meriggio. «Ma il potenziale di un olio Evo di Langa è fortissimo, purché si punti tutto sulla qualità, come hanno fatto i produttori di vino» assicura Edoardo. Che già sogna il riconoscimento di una Denominazione di origine o di una Indicazione geografica protetta: «Per ora in Piemonte non esiste nulla, sulle etichette saremo costretti a scrivere solo Olio 100% italiano. Rimedieremo con un nome commerciale in grado di evocare la zona d’origine e con un packaging adeguato: mi piacerebbe usare la bottiglia Albeisa in formato da 37,5 o da 50 cl, la stessa utilizzata dai vignaioli di Langa». E poi c’è il progetto del frantoio. «Nella produzione di un olio di qualità, la parte agronomica incide per il 50%: gli olivi sono piante resistenti, che ben si adattano a ogni terreno e temono solo le gelate. Per questo sono presenti un po’ ovunque, anche in Veneto e in Trentino, così come nel nostro Monferrato – spiegano i Rinaldi -. Ma la spremitura è un procedimento che richiede molta attenzione. Più tempo intercorre tra la raccolta e la molitura, più le olive possono iniziare a subire alterazioni, come fermentazione e ossidazione, che influiscono negativamente sulla qualità». Per questo occorre portarle in frantoio il prima possibile dopo la raccolta. «Oggi non esiste nessun frantoio disponibile in zona, bisogna andare in Liguria: col nostro progetto intendiamo metterci al servizio anche degli altri produttori, garantendo professionalità e incrementando quella che per ora è solo una piccola nicchia». I langhetti sono fatti così, vedono il business anche nelle situazioni di crisi. Lo hanno fatto con le nocciole e con il vino, ci riusciranno anche con le olive?