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Uno sdoppiamento di personalità in piena regola. O meglio una rappresentazione da teatro dell’assurdo, sospesa tra grottesco e tragicomico. Con uno stuolo di attori consumati che buttano alle ortiche il canovaccio del passato e si mettono a denunciare lo scandalo: “è una vergogna”. Pure esigenze di copione, lo spettacolo è cambiato. L’insopportabile affronto è quello di Giorgia Meloni che ieri, dai Fori Imperiali, annuncia: “vado a votare ma non ritiro la scheda, è una delle opzioni”. Il tema è la tornata referendaria dell’8-9 giugno, con quattro consultazioni sul lavoro promosse dalla Cgil e il quesito sulla cittadinanza di +Europa. Il prologo è affidato a Elly Schlein: “Meloni ha paura della partecipazione e di dire la verità che è sotto gli occhi di tutti”. Le fa eco Giuseppe Conte: “Indigna ma non stupisce che Meloni non ritirerà la scheda”. La maggioranza di centrodestra sostiene l’astensione, le opposizioni parlano di attentato alla democrazia.
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Tutto normale? Non proprio. Le stesse opposizioni che oggi accusano la premier, in passato hanno sostenuto identiche strategie. Paradossalmente, all’interno del Pd diversi riformisti si comporteranno proprio come Giorgia Meloni: Lorenzo Guerini, Pina Picierno, Giorgio Gori, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Filippo Sensi e altri non ritireranno le schede sui quesiti legati al Jobs Act. A rigore, anche loro dovrebbero essere considerati “sabotatori della democrazia”. Non è la prima volta: nel 2016 il Pd rivendicò apertamente l’astensione al referendum sulle trivelle. Chiara Braga, oggi capogruppo alla Camera, allora sosteneva che “i cittadini hanno il diritto di manifestare dissenso con l’astensione”. Oggi invece parla di “presa in giro”. La coerenza sembra evaporare appena cambia il contesto politico.











