C’è stato un tempo in cui si diceva Gay Pride. Oggi si dice semplicemente Pride. Oppure Onda Pride, se si guarda al calendario nazionale. La parola «gay», che ha segnato una fase storica importante di visibilità, oggi non basta più a raccontare la complessità delle soggettività LGBTQIA+: lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersex, asessuali, non binarie, ecc. Per questo, senza cadere in formule troppo lunghe o escludenti, si è scelto di dire Pride. Una parola sola, capace di tenere insieme tante voci.

LGBTQIA+: cosa vuol dire questa sigla che racchiude decenni di lotte

Quando nasce l’Onda Pride

Dal 2013, in Italia, si parla di Onda Pride per indicare l’insieme delle manifestazioni coordinate che da nord a sud si susseguono nei mesi primaverili ed estivi. Fu proprio in quell’anno che, per la prima volta, molte città decisero di unirsi sotto un’unica sigla nazionale, promossa da Arcigay insieme ad altre realtà associative, per dare maggiore forza e visibilità a ogni corteo. Il comunicato stampa dell’epoca parlava di «un’Onda Pride che attraverserà l’Italia» — e quell’espressione è diventata, da allora, il nome di una rete sempre più ampia e riconoscibile. Una vera e propria marea di eventi che celebrano l’orgoglio, rivendicano diritti, denunciano discriminazioni e fanno spazio alla visibilità.