Con toni che riecheggiano la retorica della Brexit e una certa durezza verbale tipica della destra populista, il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato una svolta restrittiva sulla politica migratoria del Regno Unito. “Vivere qui non è un diritto, è un privilegio che bisogna guadagnarsi”, ha dichiarato il leader laburista nel presentare il nuovo White Paper sull’immigrazione. Tra le misure previste: abolizione dei visti per le badanti, requisiti più severi per studenti e lavoratori qualificati, e un raddoppio del periodo necessario per ottenere la residenza permanente, che passa da cinque a dieci anni.

È forse l’attacco più duro al sistema migratorio mai pronunciato da un leader della sinistra britannica. E non è un caso che Reform Uk, il partito di Nigel Farage, ultima incarnazione della rivolta delle destre populiste, abbia accolto con entusiasmo il discorso, commentando: “Finalmente ci sta ascoltando e sta imparando da noi”.

Ma si tratta davvero di un riallineamento ideologico verso destra, oppure solo di un calcolo tattico per arginare l’avanzata dell’estrema destra? Per Daniele Albertazzi, politologo della Università del Surrey, studioso della destra radicale in Europa, non ci sono dubbi: “A mio avviso si tratta di un calcolo tattico profondamente sbagliato”. Secondo Albertazzi, sentito da Wired, i conservatori inseguono Farage fin dal referendum del 2016, con risultati disastrosi, e ora i laburisti rischiano di commettere lo stesso errore: “Nel continuare a parlare di immigrazione, Starmer non fa che tenere il tema preferito di Farage in cima all’agenda politica. Ma su questo terreno, il Labour non ha credibilità”.