E se la celiachia si potesse prevenire, impedendo alla predisposizione genetica, che gioca un ruolo fondamentale ma forse aggirabile, di concretizzarsi nella malattia? La domanda è affascinante, come affascina lo scienziato internazionale Alessio Fasano, professore di Pediatria e Nutrizione alla Harvard Medical School quando racconta i suoi studi all’affollata platea dell’inaugurazione del congresso della Società italiana di pediatria, in corso a Napoli. E potremmo anche non essere molto lontani, visto che il primo passo, uno studio su circa 700 bambini a rischio di sviluppare la celiachia è stato concluso, e le conclusioni tirate.
Il ruolo del microbioma
Ma facciamo un passo indietro, e spoileriamo il finale: c’entra, come ormai sempre più spesso capita, il microbioma. E c’entra anche la tipicità della celiachia, che è malattia autoimmune, con una predisposizione genetica forte, ma non dirimente. Perché da sola non basta ed entra in ballo anche l’epigenetica, ovvero i fattori ambientali che influenzano i geni e quindi l’esordio della malattia. “Sì, la situazione è più complessa – ragiona Fasano con Salute – avere i geni che predispongono non è una condanna e geni e ambiente non sono sufficienti per ammalarsi. E allora che cosa serve? Qui entra in ballo il microbioma. Mi spiego meglio: il nostro studio è partito da osservazioni epidemiologiche: c’è un aumento fortissimo delle allergie, del cancro, di malattie autoimmuni, metaboliche, neurodegenerative in chi segue uno stile di vita occidentale connotato da maggior stress, cibo spazzatura, disturbi del sonno, uso e abuso di antibiotici, nascita da parto cesareo. Di tutti questi fattori, però, il più importante, fosse solo perché mangiamo più volte al giorno, è proprio l’alimentazione perché se ogni 15 anni raddoppiano i casi di celiachia non può essere una questione genetica”.








