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La campagna per i referendum dell’8 e del 9 giugno ha dato una nuova centralità nel dibattito pubblico al segretario della CGIL Maurizio Landini. Sta però facendo riemergere anche molti degli aspetti che rendono assolutamente peculiare, e per certi versi anomalo, il suo modo d’intendere il ruolo di sindacalista, e ha rinnovato dubbi e speculazioni sulle sue ambizioni politiche future.
Se infatti è assai probabile che i referendum abrogativi non saranno validi perché non verrà superato il quorum della metà degli elettori (serve che vadano a votare 25 milioni di persone), è invece possibile che Landini voglia in ogni caso rivendicare il risultato come una sua vittoria. È infatti la prima volta che un sindacato promuove con successo un referendum (ai quattro quesiti sul lavoro voluti dalla CGIL, si è poi aggiunto anche quello sulla cittadinanza sollecitato in particolare da +Europa), e Landini potrà far pesare l’affluenza a suo vantaggio: sostenere, insomma, che tutte le persone che saranno andate a votare l’8 e il 9 giugno costituiscono il bacino di consenso suo personale e del lavoro del suo sindacato.
«Dimostreremo la nostra straordinaria capacità di mobilitazione», ripete Landini, insistendo sulla rinnovata vitalità della CGIL, così da poter dunque affermare il proprio merito storico: in un momento in cui i corpi intermedi sono sempre più in affanno, incapaci di offrire effettiva rappresentanza, lui si proporrà come colui che ha ridato centralità alle istanze dei lavoratori.









