Le fragilità sociali trovano la loro culla ideale nelle aree interne. Qui l’invecchiamento si intreccia con lo spopolamento, la bassa fecondità, l’emigrazione giovanile e la ridotta attrattività per i flussi migratori dall’estero. In questi territori, secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Istat, «la presenza di anziani soli o in coppie senza figli è più frequente, e rischia di rendere ancora più fragile che altrove la rete di supporto informale (famiglia, amici, vicinato) su cui potere contare». Anche le disuguaglianze territoriali nei livelli di istruzione rappresentano un fattore critico: nei Comuni delle aree interne (il 48,5% del totale, pari a circa 4mila) il tasso di residenti diplomati tra 25 e 64 anni è più basso rispetto a quello rilevato in tutti gli altri territori (64,5% contro 67,2%); e il gap sale tra gli ultrasessantacinquenni, dove il tasso si ferma al 25,9% contro il 34% dei centri urbani.

Gli squilibri nella dotazione di capitale umano incidono sulla capacità dei territori “interni” di trattenere giovani, attrarre investimenti e promuovere innovazione. «Un capitale umano elevato - si legge ancora nel rapporto Istat - sostiene lo sviluppo economico e sociale, rafforza la resilienza demografica e favorisce la costruzione di un tessuto sociale in grado di rispondere in modo efficace alle sfide dell’invecchiamento, valorizzandone le opportunità». Invece, nelle aree interne del Mezzogiorno oltre il 13% degli anziani è ancora privo di titolo di studio, un dato in calo ma che rimane indice della maggiore vulnerabilità sociale di questi territori.