In alcuni momenti dell’intervista Gianni Motta inserisce passaggi in dialetto lombardo. Seguirlo diventa un piacevole modo per calarsi nel flusso dei ricordi di un campione capace di vittorie «facili», ma che per varie ragioni, a partire da un incidente nel cuore della carriera, non è stato un dominatore. In ogni caso, è un viaggio a ritroso in un ciclismo dall’enorme presa popolare e in un’Italia della quale, forse, c’è nostalgia. Gianni Motta lavorò alla Motta... «Ero nel reparto “credenza”: cioccolato, tortine, tutto quello che sta in un armadio. Disegnavo guarniture sulle paste e farcivo le torte: mi piaceva. Anche papà e mamma, lei sfollata da Verbania, lavoravano lì: si conobbero e nacque... il “Mottarello”».
Gianni Motta: «Un’auto mi passò sulla gamba, vincevo ma volevo smettere. Con Gimondi zero rapporti, tra noi c’era una rivalità cattiva»
Il campione del ciclismo: «Nel ’68 il doping non sapevo nemmeno cosa fosse, mi fregarono come fecero anche con Merckx»






