Un mercato europeo di 450 milioni di abitanti, 100 milioni in più degli Usa, con disoccupazione ai minimi storici e un tasso di risparmio così alto che ogni anno 300 miliardi d'investimenti degli europei se ne vanno all'estero.

Ma con 'barriere interne' a frenare la crescita prima ancora che per l'offensiva protezionistica di Trump. E' il nodo dei "dazi interni" in Europa, sollevato dal Fondo monetario internazionale e da ultimo ripreso dalla premier Giorgia Meloni. Sul quale insiste un equivoco, visto che si tratta di barriere - normative, mancati investimenti, burocrazia, mancati investimenti in infrastrutture e logistica - tesi a 'proteggere' interessi nazionali - in larga parte, appunto, nazionali e non nati a Bruxelles.

I numeri del Fmi, squadernati dal direttore Affari europei Alfred Kammer nel dicembre del 2024, dicono che il ritardo di produttività dell'Europa, con un Pil che negli anni ha accumulato un gap del 30% rispetto agli Usa, ruota attorno a barriere interne che "potrebbero essere equivalenti a dazi del 44% sul commercio di beni", e addirittura del 110% sui servizi.

Se si vuole ritrovare la crescita occorre rimuoverle, aveva detto l'ex presidente del Consiglio Mario Draghi a febbraio, "standardizzare, armonizzare e semplificare le normative nazionali e spingere per un mercato dei capitali più basato sul capitale di rischio". "L'Europa abbia il coraggio di rimuovere quei dazi interni che si è autoimposta in questi anni", ha rilanciato oggi Meloni.