Raccogliendoci festosamente intorno a Cesare Ruperto, viene alla memoria (che suole percorrere strade tacite e inattese) un detto pronunciato da Hegel attraversando, sul finire del secolo decimottavo, le Alpi bernesi: «Chi non è abituato a valutare le altezze e distanze di questi monti, si sbaglia continuamente, e solo mediante l’esperienza impara che per scalare una vetta a cui credeva di giungere in un quarto d’ora ci vogliono spesso parecchie ore». L’altitudine esige la fatica e la gioia del tempo. Non si saprebbe salutare il centesimo anno di Cesare Ruperto se non con l’immagine di una vetta, di un’altezza accordata dagli Dei e scalata con le umane virtù dell’ingegno e del lavoro.
Figura integrale di studioso e di magistrato, che può dirsi “allievo della Sapienza”. Dove Sapienza è insieme un luogo del sapere e una virtù del sapere. Luogo del sapere, poiché nel palazzo disegnato da Piacentini e dai suoi seguaci, tra modernismo e classicismo, Ruperto compì i primi studî di diritto, ed ebbe maestro Fulvio Maroi, che giungeva, per il tramite di Roberto de Ruggiero, dalla grande e fertile scuola di Vittorio Scialoja. La consuetudine di rapporti con Maroi, giurista colto nel diritto positivo e curioso di antichità romane, gli offrì una lezione di acuta sobrietà, di una limpidezza espositiva, (che non è rozza semplificazione e che meglio si esprime nelle pagine istituzionali di ogni disciplina).







