(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Colpo di scena nell'udienza alla Corte di Cassazione sulla restituzione a Tim del canone, non dovuto, del 1998 che vale, considerati gli interessi, circa un miliardo di euro. La Corte ha sollevato d'ufficio una questione sulla correttezza della modalità di impugnazione da parte della telco relativamente al tema della competenza, all'inizio del procedimento, nel 2018. In particolare la Corte di Cassazione ha ora chiesto di verificare se fosse stato corretto presentare l'appello, come fece all'epoca Tim, oppure se si sarebbe dovuto ricorrere al regolamento di competenza. Il rischio quindi è che si allunghino i tempi sulla risoluzione della querelle giudiziaria.
Due le strade possibili per l'iter giudiziario
Due sono, infatti, le strade che si aprono per il prosieguo della battaglia legale: se la Cassazione, dopo la presentazione delle memorie di pm e parti (da inviare entro 30 giorni) confermerà la correttezza dell'impugnazione di Tim, l'iter proseguirà come previsto davanti alla Corte che si pronuncerà definitivamente sul canone. Qualora invece la Corte dovesse riconoscere il vizio di forma si rischia di ripartire dal primo grado.
Facendo un passo indietro all'originaria questione sulla competenza, Tim nel 2015 aveva presentato appello contro la decisione del tribunale di Roma che si era dichiarato incompetente ritenendo applicabile l'articolo che attribuisce la competenza alla Corte d'appello territorialmente più vicina in caso di procedimenti relativi alla responsabilità civile dei magistrati, e individuando la Corte di Perugia. Tale Corte, con sentenza poi passata in giudicato, aveva succcessivamente stabilito che il caso non rientrava tra quelli previsti dalla norma, e quindi la competenza spettava alla Corte d'Appello di Roma. Da qui la causa è continuata a Roma, concludendosi con la sentenza favorevole a Tim per la restituzione del canone. Decisione poi impugnata dalla Presidenza del Consiglio in Cassazione dove si è celebrata l'udienza con la decisione di sollevare la questone d'ufficio. La Corte, si legge nel verbale, "rileva d'ufficio che ai fini della decisione da rendersi sui ricorsi si configura la necessità di esaminare in via preliminare la questione della correttezza o meno del mezzo di impugnazione proposto da Telecom Itala avverso la sentenza numero 6174 del 2015 resa in primo grado dal tribunale di Roma". La Corte, dunque, "assegna, in conseguenza, al pubblico ministero e alle parti termine di trenta giorni per il deposito di osservazioni sull'indicata questione e riserva all'esito la decisione, previa convocazione della Camera di Consiglio da parte del presidente".









