Il segnale più positivo è la percentuale dei votanti che non cala dopo anni di inesorabile declino della partecipazione. Si tratta di un’inversione quasi simbolica, ma va registrata. Per il resto, le elezioni di ieri restituiscono un orizzonte locale che difficilmente può fornire indicazioni nazionali, riguardando solo due milioni di elettori. Ma qualcosa dice. Se non altro perché riconsegna Genova a un centrosinistra con dentro tutti: in nome di un’unità che fatica a concretizzarsi nel voto politico. E ripropone, all’opposto, il tema di una maggioranza di destra che non perde colpi nei sondaggi, ma non convince nelle città. L’immobilismo dell’elettorato nazionale e la fluidità di quello locale suggeriscono dunque più domande che risposte. E soprattutto le proiettano sui cinque referendum che si svolgeranno l’8 e 9 giugno: in particolare per vincere la sfida proibitiva del quorum sopra il 50 per cento. E ancora di più sul voto regionale che si dovrebbe tenere in autunno in sei regioni: Veneto, Valle d’Aosta, Toscana, Marche, Campania e Puglia.

Quel test, preceduto da polemiche e tensioni sul terzo mandato dei «governatori» uscenti, chiamerà alle urne diciassette milioni di elettori.