Caro Aldo,
non mi sono perso neanche una mostra di Sebastião Salgado, il grande fotografo degli ultimi, che non è venuto a mancare, ma è morto. Uso volutamente una parola diretta, come lui usava immagini essenziali. Ciò che mi ha sempre affascinato delle sue foto è quello che non c’è: fronzoli, effetti, ammiccamenti e spesso neanche i colori. Lei lo ha conosciuto?
Massimo Marnetto
Caro Massimo,
Sebastião Salgado era un uomo in pace con l’arte e con la vita: era considerato il più grande fotografo vivente, stava da più di sessant’anni con la stessa donna, Leila, aveva un figlio down, Rodrigo, accolto con dolore e amato immensamente; eppure era un uomo lucidamente disperato, convinto — dopo i suoi 58 viaggi in Amazzonia — che la specie umana fosse destinata a scomparire, e anche abbastanza rapidamente. Lui aveva visto la grande foresta distrutta dall’uomo e spazzata via dalle acque impazzite, e considerava imbecilli accecati dall’ideologia e dal proprio ego i soloni secondo cui la terra si è sempre raffreddata e riscaldata: «Certo, ma nell’arco di ere geologiche, non di poche decine di anni». Aveva avuto una vita da romanzo, che mi raccontò due anni fa, un po’ in francese un po’ in portoghese, in un’intervista propiziata da un suo giovane amico, Simone Passarella. Il padre aveva quindici muli per trasportare il caffè dai campi al mare: venti giorni attraverso la foresta, sempre a piedi perché i muli servivano per il caffè, non per gli uomini. Lui stesso da ragazzo girava a cavallo per lo Stato minerario di Minas Gerais, il fucile in pugno. Militante di sinistra perseguitato dalla dittatura, si scoprì fotografo in Portogallo, durante la rivoluzione dei garofani, e poi in Angola e Mozambico, al tempo della guerra civile. Il successo e la fama arrivarono quando fu l’unico a fotografare l’attentato a Reagan. Ingaggiato per seguire i primi cento giorni del presidente, gli fu vietata la conferenza all’Hilton. Chiunque altro avrebbe desistito. Lui, guidato da un sesto senso, rischiò le ire del Secret Service per seguire Reagan e lo ritrasse mentre veniva ferito. Paris Match affittò un aereo per portare le foto in Francia. Con il ricavato lui si comprò una casa a Parigi, sua città d’adozione. Per il progetto Genesi ha visitato 130 Paesi. Era una delle coscienze dell’umanità. Ora che la sua voce è spenta e il suo occhio è chiuso, la fine non del mondo ma dell’uomo è più vicina.












