Più che fotografo: un umanista, testimone e protagonista delle lotte per difendere la natura incontaminata e di una bellezza spesso a noi «imprevista», la biodiversità dall'industrializzazione del Pianeta, la condizione sociale dei poveri della Terra, alla scoperta di una verità che non ha bisogno del colore per essere mostrata. Sebastião Salgado è morto il 23 maggio a 81 anni a Parigi a seguito di complicazioni legate a una malattia tropicale contratta negli anni ’90. Nato l’8 febbraio 1944 a Aimorés, nello stato di Minas Gerais, inizialmente aveva studiato economia e lavorato per l’Organizzazione Internazionale del Caffè. Prima dell'incontro con la macchina fotografica, che da passione divenne presto una vocazione. Nella sua lunga carriera ha documentato le sfide umane e ambientali in oltre 130 Paesi, creando opere iconiche come Workers, Exodus, Genesis e Amazônia. E ha testimoniato - anche lavorando su molti dei principali conflitti degli ultimi 25 anni (come il genocidio del Rwanda, che gli fece «perdere la fede nell'uomo e nel mondo. Alla fine di questo percorso stavo male, la mia salute era a pezzi») - come regalare bellezza sia un atto di ribellione contro le ingiustizie, lasciandoci immagini senza tempo e universali.