Credo sia la prima volta che accade, il silenzio del mondo davanti a una tragedia come quella di Gaza. Dovremmo preoccuparci anche di questo, della indifferenza di chi ha responsabilità politiche, sindacali, associative e non ha sentito, nel lungo tempo trascorso ormai dal 7 ottobre, il bisogno di convocare anche una sola volta centinaia di migliaia di persone per far sentire la voce dei non indifferenti perché finisca la guerra assurda che Netanyahu ha scatenato contro il popolo palestinese, non solo contro i terroristi di Hamas. Decine di migliaia di morti, migliaia di bambini assassinati, una situazione al limite della carestia. Cos’altro deve succedere perché in tutta Europa si muova qualcosa? La politica ormai parla solo in Parlamento e con i tweet, sembra aver dimenticato la presenza della coscienza delle persone e la forza della loro incontro. Non sarebbe difficile presentare una piattaforma ragionevole in cinque punti: la fine della guerra scatenata dal premier israeliano con l’obiettivo di annientare un popolo e occupare militarmente il territorio di Gaza; la condanna più severa nei confronti dell’orrore perpetrato dai terroristi di Hamas; il cessate il fuoco immediato, la liberazione degli ostaggi, la ripresa, subito, della fornitura degli aiuti umanitari alla stremata popolazione di Gaza. A incorniciare strategicamente il tutto la prospettiva della coesistenza di due popoli e due Stati che è l’unica prospettiva possibile. Il mio amico Shimon Peres mi disse una volta: «Quanto sangue dovrà scorrere ancora prima che si capisca che la sola strada possibile è la convivenza?».
Gaza, oltre l'indifferenza
La guerra deve finire, la politica non può continuare a restare in silenzio. Qualcuno deve muoversi
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