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Dopo 18 anni dall’omicidio di Chiara Poggi ci sono ancora molti dubbi su chi l’abbia uccisa, e questo nonostante ci sia una persona in carcere dal 2015: Alberto Stasi, il suo fidanzato di allora. Non è possibile dire con certezza quanta parte di questi dubbi derivi dal fatto che allora chi svolgeva le indagini avesse a disposizione mezzi e conoscenze tecnologiche meno sofisticate di adesso, e quanta parte invece dipenda dai molti e gravi errori che furono effettivamente commessi fin dai primi momenti delle indagini.

Di questi errori oggi si continua a parlare non solo perché alcuni elementi emersi solo ora potrebbero portare a nuovi e significativi sviluppi, ma anche perché le indagini sul caso di Garlasco, la cittadina in provincia di Pavia dove fu uccisa Poggi, sono da tempo considerate un esempio magistrale di come non si debbano fare le cose su una scena del crimine. Reperti raccolti senza guanti, sangue calpestato dai carabinieri, un gatto che fu lasciato libero di girare per la scena del crimine: sono solo alcuni degli errori più grotteschi delle indagini. Quando nel 2009 si arrivò al primo processo contro Stasi uno dei giudici incaricati disse che di quel caso di certo c’era solo che una ragazza era stata uccisa. Ma andiamo con ordine.