Solo con un addestramento originario dell’algoritmo votato all’uguaglianza sarà possibile superare i bias e le discriminazioni insite nell’intelligenza artificiale. Ne è convinto il professor Ruben Razzante, consulente della Commissione straordinaria intolleranza, razzismo, antisemitismo, istigazione all’odio e alla violenza, presieduta dalla senatrice a vita Liliana Segre che, nella terza giornata di Talk to the future, ricorda l’emendamento proposto al Ddl sull’Ai. All’articolo 3, si chiede l’obbligo per i produttori di addestrare all’origine all’uguaglianza gli algoritmi, fornendo soluzioni che riconoscano tempestivamente le violazioni e prevengano i comportamenti discriminatori degli utenti. «Pare un’utopia, ma credo che le grandi potenzialità dell’Ai possano essere governate tramite sollecitazioni etiche che tutelino sempre i principi internazionali e costituzionali e siano rispettose del pluralismo sociale».

Ai nella giustizia predittiva

Nell’iniziativa organizzata dall’Ordine forense di Milano si è discusso anche di polizia e giustizia predittiva con i casi d’uso raccontati dall’avvocato Giovanni Briola. «Alla questura di Milano e alla polizia di Napoli si ricorrono ad algoritmi che profilano sospetti criminali. L’articolo 5 dell’Ai Act europeo vieta la profilazione tout-court, infatti quello che si deve compiere è un bilanciamento fra due valori: libertà e sicurezza. Dove l’utilizzo dell’Ai resta di stampo antropocentrico». E dei bias dell’intelligenza artificiale, con relative discriminazioni per genere, etnia, disabilità, nel campo dell’istruzione, dell’identificazione biometrica, del lavoro e della valutazione di rischio finanziario.