Nel panorama globale scosso dalle guerre in Ucraina e Medio Oriente e dai venti di un neoprotezionismo che già prima dell’applicazione concreta dei dazi sta spaccando le rotte consolidate della globalizzazione, le prospettive economiche dell’Eurozona tracciate lunedì dalle previsioni di primavera della Commissione Ue non sono esaltanti. E lo sono ancora meno quelle attribuite all’Italia, che con il suo +0,7% di crescita per quest’anno e il +0,9% previsto per il 2026 (le stime ufficiali del Governo parlano invece di +0,6% e +0,8%) viaggerebbe rispettivamente due e cinque decimali sotto il ritmo medio tenuto dai Paesi della moneta unica.

Ma accanto alle previsioni macro, difficili da incidere nel marmo quando devono avventurarsi in scenari mitragliati dalle raffiche di annunci politici non sempre razionali, sono i dati granulari elaborati dai tecnici di Bruxelles a offrire gli spunti più interessanti. Che, per chi non abbia troppa voglia di avventurarsi nella giungla fitta di dati e tabelle, possono essere sintetizzati così: la ripresa italiana post pandemica ha raggiunto risultati importanti, soprattutto quando si guarda al Pil pro capite a parità di potere d’acquisto che misura le performance dell’economia al netto dei colpi assestati da demografia e inflazione in modo differente da Stato a Stato. Su questo terreno, per esempio, l’Italia è arrivata ora a pareggiare i conti con la Francia, cancellando una distanza nel prodotto per abitante che era del 10,1% nel 2020 e dell’8,8% nel 2015, ha quasi dimezzato lo “spread” con la Germania, passato in cinque anni dal 24,3% al 13,9%, e ha ricucito i rapporti con la media dell’area Euro, da cui la separa un 5,9% invece del 10,7% del 2020 e del 9,4% registrato nel 2015 (il tutto ovviamente misurato sui confini attuali della moneta unica). Dati non banali, anche se frutto del confronto con un’area che, a partire proprio dalla Germania, non spicca certo per la vivacità della crescita.