Nel luglio del 1989 erano passati 22 anni da quella magica notte del 1967, da quando Nino Benvenuti aveva tenuto incollati 18 milioni di italiani alla radio per il primo epico match della trilogia con Emile Griffith. E ne erano passati 56 da quando Primo Carnera aveva conquistato il titolo mondiale dei pesi massimi mettendo ko Jack Sharkey. Il pugilato era cambiato, la società era cambiata, erano cambiati anche gli italiani d’America, non più con quel velo di tristezza per la patria lontana ma ormai perfettamente integrati nel tessuto sociale. Una cosa non era cambiata. La difficoltà degli italiani di andare in America e prendersi il titolo mondiale. Tre in tutto. Dopo Carnera e Benvenuti solo Gianfranco Rosi, poi il nulla.

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di Luigi Panella

Rosi: “Quando gli americani mi chiamarono come vittima sacrificale”

“Io ero già un pugile affermato – ci racconta Rosi –, ero stato campione d’Europa e campione del mondo. Quest’ultimo titolo lo avevo perso contro Donald Curry e rischiavo di uscire dal giro. Agli americani serviva un pugile di nome da opporre come vittima sacrificale a Darrin Van Horn, il loro idolo. Mi arrivò l’offerta e la colsi al volo”. Gianfranco Rosi partì quindi per gli Usa: “E pensai molto a Nino Benvenuti, al suo percorso. Lo avevo conosciuto ai tempi in cui ero dilettante, ricordo il suo modo gentile di porsi. Ma dietro quella serenità c’era una feroce determinazione e quella mi ispirai per vincere in America”.