In altri tempi, sarebbe stata una crisi di governo. La delegazione di un partito che non vota, o addirittura vota contro un provvedimento in Consiglio dei ministri, è sempre stato un evento traumatico nella politica italiana, spesso destinato a provocare cambi di maggioranza o addirittura elezioni anticipate. Stavolta invece è scivolato via come l’acqua sul marmo. La Lega ha abbozzato una protesta e poi ha abbozzato e basta; ha subìto così il ricorso del governo davanti alla Corte costituzionale contro il terzo mandato dei suoi governatori, nella fattispecie il presidente della Provincia autonoma di Trento, Fugatti (ma in prospettiva anche Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia, dove in effetti una crisetta in giunta si è aperta). In altri tempi, sarebbe stata una crisi di governo. Oggi è paradossalmente una prova della sua stabilità.
Perché lo scontro sul terzo mandato, così come quello che sotto traccia si era svolto sulla riforma dell’autonomia differenziata, l’ennesimo pasticciotto Calderoli poi smontato pezzo a pezzo dalla Corte costituzionale, se da un lato rivela una profonda differenza di concezione dello Stato tra i partiti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, dall’altro lato conferma che sono condannati a stare insieme. Quando dopo un voto contrario in Consiglio dei ministri il vicepresidente di quello stesso Consiglio declassa a «questione locale» ciò che ha appena fatto, vuol dire che il governo non può cadere, perché non ha alternative.







