In Sicilia, si dice che l’olio sia memoria liquida della terra: ogni bottiglia racchiude una stagione, una scelta, una storia. Ma quanto questa storia è davvero compresa, raccontata, creduta? Al Marina Convention Center di Palermo, un gruppo di voci diverse si è confrontato per provare a rispondere, fra spunti critici e slanci di orgoglio. Il talk “Igp Sicilia” si è trasformato in una sorta di laboratorio collettivo, dove a guidare l'ensemble è stata Eleonora Cozzella, direttrice de Il Gusto, che ha smosso le acque fin dall’inizio: “Braccia strappate all’agricoltura non è un modo per nobilitare chi se ne va, ma piuttosto un’espressione denigratoria verso chi resta. Servono menti e nuove energie, servono storie che riportino i giovani verso la terra, non lontano da essa”.

Il tavolo dei relatori

Diffidare dalle imitazioni

Cambiare registro è il primo passo per restituire dignità e visione a chi lavora la terra, e oggi questo significa anche imparare a raccontare l’olio con parole nuove, brevi e chiare. Non a caso, ricorda Cozzella, la parola “Evo” nacque proprio dall’esigenza di brevità ai tempi di Twitter (oggi X, ndr). “La certificazione può aiutare i consumatori a fidarsi di più”, osserva, perché la fiducia si costruisce soprattutto su trasparenza e coerenza. Il cuore della discussione si accende attorno alle vere sfide della filiera siciliana. Mario Terrasi, presidente del Consorzio Olio Igp Sicilia, va dritto al punto: “La sfida principale è come riconoscere un Igp vero. Molti oli sono spacciati per siciliani, ma la nostra forza sono le oltre 50 cultivar: più ampia è la forbice, più possiamo puntare sulla qualità e non far scappare i giovani”.