Dieci buyer internazionali, sette Paesi, tre continenti. Ventuno produttori siciliani e oltre duecento incontri B2B. Numeri interessanti, ma dietro le cifre di Sicily on Wine – evento ospitato da pochi giorni nel Monastero seicentesco di Chiusa Sclafani – c’è molto di più: c’è la lotta quotidiana delle micro e piccole imprese siciliane per non affondare in un mercato globale che premia i colossi e ignora chi lavora sulla qualità. Le aziende presenti sono perlopiù a conduzione familiare, con produzioni limitate, spesso sotto le 100.000 bottiglie all’anno. Investono su vitigni autoctoni, sulla sostenibilità, sull’identità. Ma quando si tratta di promuoversi all’estero, si scontrano con una realtà durissima: fiere inaccessibili per costi e logistica, competizione spietata, mancanza di strutture pubbliche di supporto. In molti casi, manca persino il tempo e il personale per seguire i mercati esteri. È il paradosso del vino siciliano: eccellenze che restano invisibili. Ecco perché manifestazioni come Sicily on Wine diventano quasi un’ancora di salvezza. Qui i produttori hanno avuto incontri mirati con buyer da Canada, Francia, Grecia, India, Lituania, Polonia e Regno Unito. Occasioni preziose, ma ancora troppo rare. Serve continuità, e soprattutto serve un sistema che accompagni queste imprese anche dopo l’evento, che le sostenga nella strategia, nella comunicazione, nella rete.