La corposa falange dei fiscalisti al governo in appena un anno ha compiuto una delle sue missioni principali. Certamente una convinta copertura politica è stata data dalla premier, che nel suo memorabile discorso elettorale a Catania aveva definito le tasse come un pizzo di Stato. Nel giro di appena un anno la lotta all’evasione fiscale, come logica conseguenza, è finita su di un binario morto. Lo Stato vuole rinunciare deliberatamente ai circa 30 miliardi che sono a portata di mano, per la gioia di imprese e degli autonomi che possono non pagare il 70% delle tasse dovute. Un immorale paradiso fiscale per settori eletti consentito dalla politica.
La lotta senza quartiere alla lotta all’evasione fiscale della Meloni e company è stata portata avanti sistematicamente e, per ora, in quattro mosse. Una specie di poker d’assi fatale per la finanza pubblica e i cittadini onesti. Il primo asso è stato l’innalzamento dell’uso del contante, portato a 5.000 euro. Meloni qui si è battuta per la tutela della libertà personale. Naturalmente ha contestato anche Bankitalia che aveva messo in guarda sul fatto che il contante non è solo un veicolo di evasione del fisco, ma anche la palude economica della criminalità organizzata. La premier non si è fatta persuasa.






