La scorsa settimana si è chiusa con un nuovo ed impetuoso rally delle quotazioni del petrolio. Il Wti – punto di riferimento per il mercato del greggio Usa - è arrivato oltre i 100 dollari al barile, con il Brent nordeuropeo salito su valori più alti ancora, toccando dei massimi quasi in area 110 dollari, per poi chiudere le contrattazioni in area 105 dollari. Lo scenario fra Stati Uniti ed Iran appare sempre più complesso e i mercati vedono ormai lontana – diversamente dalla scorsa estate – la possibilità che venga raggiunta una pace duratura in tempi rapidi fra le parti. Nel frattempo, la produzione petrolifera rallenta, con l’Arabia Saudita che ha fatto sapere che i quantitativi del mese scorso sono i più bassi dal 1990, ossia dai tempi della Guerra del Golfo. La mossa delle banche centrali Numeri che spaventano i mercati, anche considerando i rischi inflattivi che derivano da un petrolio in area 100 dollari al barile per un arco temporale medio o lungo. Chiaramente anche le banche centrali corrono ai ripari. La Bce nei giorni scorsi ha alzato i tassi al 2,50%, mantenendo toni cauti, ma senza nascondere i rischi di inflazione.

In settimana toccherà alla Federal Reserve, con la possibilità di un rialzo dei tassi dall’attuale 3,75% al 4,00% che sono salite al 70%, secondo i valori riportati dal Cme FedWatch Tool. Le richieste di Trump di tassi bassi inevitabilmente si scontrano con la realtà dei fatti ed il rischio di avere una crescita dei prezzi fuori controllo. Nervosismo dell’azionario In questo scenario le borse hanno mostrato un certo nervosismo, con alcune sedute di ribassi, seppur relativamente contenuti (almeno se li rapportiamo ai rialzi degli ultimi mesi). Sia in Europa che negli Usa si resta ad una manciata di punti dai massimi storici. C'è però da capire, soprattutto nel lungo termine, quanto uno scenario di petrolio più caro e tassi più alti andrà ad incidere sugli utili delle grandi aziende. Fra i temi chiave, poi, troviamo la nuova accelerazione rialzista dei rendimenti dei bond. Il decennale Btp è arrivato a rendere oltre il 4,30% (con alcune lunghe scadenze come il Btp 2051, il Btp 2052 ed il Btp 2072 ampiamente oltre il 5%). L’andamento dei Treasuries Scenario preoccupante negli Usa, con i Treasuries a dieci anni che pagano il 5%, mentre i bond a dieci anni britannici rendono il 5,34%, con ingenti costi per le casse statali. Sul mercato delle valute il cambio euro/dollaro resta negoziato in area 1,16. Si è mosso anche Scott Bessent per frenare il rafforzamento della divisa Usa contro lo yen, visto come pericoloso sia dai banchieri giapponesi che da quelli americani.