In Europa, i tempi sono complessi e gli equilibri tradizionali barcollano. La sequenza di crisi globali (dalla tormenta finanziaria alla pandemia, dai vicini conflitti armati all’immigrazione non governata) ha lasciato eredità pesanti. È aumentato il disagio sociale, i cittadini temono per la propria sicurezza, l’economia arranca, la debolezza tecnologica è tangibile, alleanze che reputavamo stabili sono diventate incerte, mentre la guerra è tornata sanguinosamente alla ribalta. Il futuro ci preoccupa, pieno di interrogativi che suscitano accesi dibattiti. C’è e ci sarà un impatto sugli esiti elettorali, imprescindibili per il nostro avvenire e più in particolare, per quello dell’Unione europea che si trova in un triennio cruciale.

Tutti noi viviamo da oltre settanta anni nel suo ambito e ciascuno se ne è fatto un’idea, abbastanza precisa, sovente volubile. Di solito, le attribuiamo il merito storico di aver portato una pace stabile fra i suoi Stati membri che per secoli si erano combattuti. Ci identifichiamo nei suoi valori base, pur considerandoli nostri a prescindere dall’enunciazione Ue. Tendiamo a pensare che l’eliminazione di dazi e barriere alla circolazione di merci, servizi e capitali sia un volano di crescita economica e abbia ampliato le opportunità per aziende e consumatori. Gradiamo viaggiare senza controlli al passaggio delle frontiere e utilizzare la medesima moneta. Però, ci sono anche svariate realizzazioni e iniziative Ue su cui diamo giudizi discordanti, per esempio sulla meticolosità e la quantità delle sue normative, sui reali benefici dell’euro, sulle spinte pro-ambiente. In tanti, poi, riteniamo l’Unione negligente in tema di immigrazione e di risultati della sua diplomazia, così come è impercettibile il suo valore aggiunto sul versante della difesa comune.