Giorgia Meloni, a Bari, 4 Settembre 2026

In un’intervista al Foglio, Giorgia Meloni rivendica l’atlantismo e il sostegno a Kiev come vincoli irrinunciabili di coalizione, lanciando un segnale chiaro agli alleati interni. Tra la chiusura all’Europa federale di Draghi, la lettura dell’avanzata di AfD e la difesa dei dati economici incentrata sulle eredità del passato, la premier blinda la narrazione del proprio governo a 1.420 giorni dall’insediamento.

A 1.420 giorni dal suo insediamento a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni traccia il bilancio del proprio governo in una lunga conversazione con il Foglio. Piuttosto che limitarsi però a un mero consuntivo amministrativo, la premier sceglie di dettare una precisa linea strategica: accreditarsi come figura di garanzia sul piano internazionale, inviare un messaggio chiaro agli alleati sulle scelte estere e presentare una lettura dei successi economici che lascia sullo sfondo i nodi ancora irrisolti del Paese.

L'intransigenza sull'Ucraina: principio invalicabile o messaggio agli alleati? L'asse principale della conversazione riguarda la politica estera. La presidente del Consiglio fissa una soglia apparentemente invalicabile: nessuna futura intesa con forze politiche che non sostengano la causa di Kiev. Una presa di posizione forte, pensata per rassicurare i partner occidentali sull'affidabilità dell'Italia, ma che sembra parlare soprattutto alla politica interna. Più che un attacco alle opposizioni, la stoccata sembra infatti indirizzata direttamente all'alleato Matteo Salvini. Con una Lega da sempre scettica sul riarmo e sulle nuove forniture militari, elevare l'atlantismo a regola d'ingaggio significa mettere paletti precisi alla maggioranza, usando il principio del "patriottismo" per gestire i veri rapporti di forza dentro il governo. Il no al modello Draghi e la legittimazione della destra tedesca Se sul fronte del conflitto ucraino la premier sposa l'ortodossia atlantica, sulla governance dell'Unione Europea la distanza dai vertici continentali resta profonda. Meloni boccia l'ipotesi di un'integrazione di stampo federale caldeggiata da Mario Draghi, rifiutando l'idea di superare il diritto di veto o l'unanimità sui dossier strategici. La visione difesa da Palazzo Chigi resta quella di un'Europa "confederale", fondata sulla tutela delle sovranità nazionali e su collaborazioni circoscritte.