OpenAI, l'azienda che più di tutte ha spinto sull'acceleratore dell'intelligenza artificiale, comincia a chiedersi se non sia il caso di rallentare. Mario Draghi, ex premier italiano, ex numero uno della Bce, autore del rapporto che porta il suo nome per rilanciare la competitività europea, su quell'acceleratore invita l'Europa a spingere, per non restare tagliato fuori dalla corsa e perdere il controllo dei propri dati e delle proprie infrastrutture. Due facce della stessa complessa e contraddittoria medaglia.
Sam Altman veste oggi sicuramente i panni più inattesi. Secondo quanto riportato da Bloomberg, l'amministratore delegato di OpenAI avrebbe comunicato ai dipendenti che l'azienda sarebbe disposta a rallentare lo sviluppo dei suoi sistemi più avanzati, possibilmente in coordinamento con altri player concorrenti, se disponibili a condividere la stessa linea. Parole che arrivano dopo una serie di episodi che hanno acceso i riflettori sulla sicurezza dei sistemi più avanzati: ad agosto OpenAI ha sospeso per circa due settimane l'addestramento tramite reinforcement learning sui suoi modelli più recenti in seguito a un incidente che ha coinvolto un agente IA e la piattaforma Hugging Face. E già luglio Altman aveva discusso con funzionari della Casa Bianca la "necessità" di rallentare il ritmo di sviluppo dell'IA, proprio mentre oltre mille dipendenti delle principali aziende del settore avevano firmato una petizione per chiedere un freno alla corsa alle tecnologie. Tutti segnali di prudenza che devono però fare i conti con le richieste: il boom di GPT-6 Astra, lanciata il 3 settembre, è stato tale da costringere OpenAI a sospendere temporaneamente le nuove iscrizioni.










