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Monica Colombo

Tutto il mondo sta celebrando Fabregas, al quale si rimproverava di essere troppo psicologo per navigare nel nostro calcio. Ma il Como è la sua creatura

«Se devo andare in B, retrocederò con le mie idee». Teletrasportati sulla DeLorean nel febbraio dello scorso anno, ovvero nella prima stagione in A del Como, l’affermazione di Cesc Fabregas fa un certo effetto. All’epoca, dopo una sconfitta a Bologna, i critici accusarono il profeta che viene dalla Catalogna di sentimenti misti fra presunzione e inflessibilità. Troppo filosofo per navigare nei mari tattici del campionato. Dicevano.

Chissà se coloro che diciannove mesi fa hanno puntato l’indice contro l’atteggiamento spregiudicato della squadra, ora — dopo la Grande Bellezza mostrata nella notte di Champions — si sono ricreduti. Tutto il mondo, nel vero senso della parola (dagli americani della Cbs ai cronisti del Kirghizistan, accreditati giovedì al Sinigaglia), sta celebrando il maghetto nato ad Arenys de Mar 39 anni fa e adesso, alla sua prima esperienza in panchina, accostato addirittura a un mito del calcio. «Cesc è per noi quello che Johan Cruyff ha rappresentato per il Barcellona e forse di più» ha dichiarato nella folle notte europea Mirwuan Suwarso, presidente dei laghée. «Ci ha aiutati ad arrivare fin qui, ci ha insegnato come credere, pensare e sognare in grande. Ha dimostrato che tutto è possibile se davvero lavori duramente».