di

Chiara Maffioletti

«Dio ride», al cinema dal 29 ottobre, è il film di chiusura della Mostra. Nel cast anche Silvio Orlando. «La risata da sempre spaventa i potenti e gli autoritari»

Quanto può fare paura una risata? Lo descrive in modo potente e inedito «un laico, un eretico quasi» come Giovanni Veronesi, a Venezia con Dio ride, film di chiusura della Mostra, in sala dal 29 ottobre. Sono tanti i temi che si intrecciano in una storia lontana nell’epoca, il Seicento, ma che parla di oggi: dalla capacità di dire no «che fermerebbe anche le guerre, se tutti si rifiutassero di farle», alla fede fino al coraggio di essere veramente chi siamo e non chi ci chiedono di essere. È quello che fa l’umile frate Leopoldo da Casamacchia interpretato da Pierfrancesco Favino («è un personaggio che poterò sempre con me, di certo nel podio dei miei ruoli preferiti»), che nella sua più totale umiltà ha il potere più grande di tutti: riuscire a comunicare alle masse attraverso l’allegria. Il suo è un Dio che gli parla. E che ride con lui.

«Il potere, soprattutto un certo potere, è da sempre impaurito dalla risata, per questo tenta di farla passare come una cosa leggera, superficiale — spiega il regista —. Quando ridi l’autorità viene sminuita, smussata». La scelta di ambientare la storia in quel periodo è frutto di studi e lunga ricerca: «Era un secolo molto scuro, ma anche a cavallo con un’epoca nuova», proprio come quella in cui siamo oggi anche noi: «Il mio frate sente di essere di passaggio — ammette Favino — ma è animato da un sentimento di fiducia e fede, in Dio e in ciò che sente. Non ha un fare rivoluzionario, al contrario. Ma ascoltare questo sentimento, di fatto, è un atto rivoluzionario».