Da quando l’intelligenza artificiale è entrata nelle aziende sento ripetere sempre la stessa domanda: quante persone potremo sostituire? Ogni volta penso che stiamo partendo dal punto sbagliato. La vera domanda è un’altra: quanti imprenditori sono pronti a cambiare il proprio modo di comandare?

Nelle piccole e medie imprese il capo, quasi sempre, è abituato ad avere l’ultima parola su tutto. Ha fondato l’azienda, conosce i clienti, controlla i conti, decide chi fa cosa. Spesso pensa che ammettere un dubbio significhi perdere autorità. Con l’intelligenza artificiale questo modello comincia a scricchiolare. Può accadere che un dipendente giovane conosca uno strumento meglio del titolare. Che un’impiegata scopra come preparare in dieci minuti un lavoro che prima richiedeva due ore. Che un collaboratore proponga un modo diverso di gestire ordini, preventivi o richieste dei clienti.

A quel punto l’imprenditore può reagire in due modi. Può sentirsi messo in discussione e bloccare tutto. Oppure può fare la cosa più difficile: ascoltare.

In tanti anni trascorsi dentro le aziende ho imparato una cosa semplice. Le persone non si oppongono sempre al cambiamento. Molto spesso si oppongono ai cambiamenti che vengono calati dall’alto, senza spiegazioni e senza coinvolgerle. Comprare un programma di intelligenza artificiale e consegnarlo ai dipendenti non significa innovare. Significa soltanto avere comprato un altro programma. Il vero lavoro comincia dopo.