Per mesi abbiamo discusso del rischio che l’intelligenza artificiale potesse sostituire i lavoratori. Nelle piccole e medie imprese italiane, tuttavia, potrebbe presentarsi prima un problema diverso: i collaboratori, aiutati dall’IA, diventano più veloci, mentre l’imprenditore continua a decidere con gli stessi tempi e secondo le stesse abitudini di prima. Un dipendente può preparare in pochi minuti una bozza di preventivo, una presentazione commerciale, un’analisi dei costi, una campagna promozionale o una risposta articolata a un cliente. Tutto ciò che prima richiedeva alcune ore può essere prodotto molto più rapidamente.

Ma quel lavoro deve spesso essere controllato, corretto e approvato. E nelle Pmi sappiamo bene dove finisce quasi sempre: sulla scrivania del titolare.

Nasce così un paradosso. L’intelligenza artificiale accelera il lavoro dei collaboratori, ma può rallentare l’intera azienda perché aumenta il numero delle decisioni che l’imprenditore deve prendere. Il problema, quindi, non è più soltanto riuscire a produrre. È riuscire a scegliere. Produttività non significa semplicemente fare più cose. Significa ottenere risultati migliori impiegando meno tempo e meno risorse. Se un ufficio commerciale, grazie all’IA, passa da dieci a trenta proposte al giorno, non possiamo dire automaticamente che sia diventato tre volte più produttivo. Bisogna verificare quante proposte sono corrette, quante rispondono a un bisogno reale del cliente, quante vengono approvate in tempo e quante si trasformano in ordini con un margine adeguato.