L’esempio del Como è qui, l’altra faccia della medaglia è la Juve di Comolli. Nel calcio di oggi non c’è club di primo livello al mondo che non ricorra ai big data e agli algoritmi, la differenza però la fa il modo in cui si gestisce questa risorsa. L’approccio integralista che ne ha fatto l’ex amministratore delegato bianconero era servito per condurre il Tolosa al raggiungimento dei propri obiettivi da piccolo club in crescita nella galassia Red Bird, si è rivelato invece fallimentare in una realtà come quella della Juve con John Elkann che ha quindi deciso di voltare pagina puntando tutto su Carnevali e Massara, pronti a usare i big data come uno strumento di lavoro e non come un dogma ineluttabile. La differenza di Fabregas Il fenomeno Como, invece, è quanto di più virtuoso ci sia mai stato fin qui in Italia nel rapporto tra campo e algoritmo. Il mercato in riva al Lago si è sviluppato in maniera frenetica, solo negli ultimi due anni si sono potute registrare una sessantina di operazioni, anche se per ora il player trading ha visto “solo” schizzare alle stelle il valore della rosa senza che sia stato necessario per Suwarso e gli Hartono di passare alla cassa. E il modello Como si basa con convinzione su un calcio analitico, grazie alla stretta collaborazione con la Jamestown Analytics di Tony Bloom, il miliardario pokerista professionista e imprenditore nel mondo del betting poi diventato proprietario (anche) del Brighton che ha stravolto l’approccio al calciomercato proprio grazie a un algoritmo la cui formula è rimasta segretissima: l’assunto di base è che i dati generati per formulare le quote delle scommesse possano servire per identificare i giocatori il cui rendimento supera il valore di mercato. Con grande successo. Un sistema diverso ma in linea con quello di quasi tutto il resto del mondo del calcio capace di salire inesorabilmente sul carro dei dati, è il passo dei tempi che lo impone. La vera differenza, parlando di Como, poi però è fatta dagli uomini. Come quelli degli osservatori “pescati” sui social Mattinson e Johnston, come l’ex Milan D’Ottavio, come quel Ludi che è un punto di riferimento del club dai tempi della Serie D, come il capo reclutamento Verkerk che filtra il lavoro di Jamestown prima di arrivare al fulcro: vale a dire Cesc Fabregas, autentico uomo solo al comando del progetto tecnico del Como. Cesc al comando È lo spagnolo infatti a guidare tutte le decisioni a ogni livello, progettuale e quindi di mercato. Il rapporto con la Jamestown finisce dal momento in cui viene individuata una short list di giocatori in grado di soddisfare le richieste tecniche, tattiche, fisiche, psicologiche: la specialità della casa è quella di trovarne a un costo decisamente inferiore rispetto a quello che viene considerato il reale valore potenziale del giocatore. Poi prima e ultima parola spettano solo a Fabregas, che studia i profili, li approndisce, li promuove o li boccia. Uno per uno. Scegliendone - ovviamente - anche in autonomia con il suo staff senza dover necessariamente ricorrere ai suggerimenti dell’algoritmo. La trattativa poi viene condatta dai dirigenti del club, la potenza della proprietà sta permettendo a Fabregas di accogliere quasi tutti i giocatori scelti. In teoria potrebbe funzionare così un po’ ovunque, in pratica questo meccanismo sta portando frutti a Como come in nessun altra piazza italiana in questa storia recente, tra tutti quelli che hanno preso questa strada. Perché in questo momento Fabregas ce l’ha solo il Como. E quando andrà via? A Cesc il compito di scegliere il suo erede. In bocca al lupo.
Il Como e la rivincita dell’algoritmo
Il legame con l’agenzia di scouting Jamestown Analytcs di Bloom tra i segreti. Ma la differenza nell’uso dei big data la fa Fabregas: sceglie tutti lui. E deci…











