È stato un errore considerare gli attentati come il prodotto di una fase ormai conclusa, anziché come l’anticipazione di forme di conflitto destinate a ripresentarsi con strumenti, attori e modalità differenti. Dal 2001 a oggi il jihadismo è cambiato profondamente, ma non per questo può essere considerato meno preoccupante. L’analisi di Andrea Manciulli, direttore delle Relazioni istituzionali della fondazione MedOr e esperto di terrorismo e sicurezza internazionale

L’11 settembre ha segnato una cesura nella storia strategica dell’occidente e nell’assetto geopolitico globale. Per la prima volta un attore terroristico non statale, dotato di risorse relativamente limitate, riuscì a colpire il centro della principale potenza militare mondiale, a chiamare in causa l’intera Alleanza atlantica e a produrre effetti sistemici sull’economia internazionale, dimostrando che una minaccia asimmetrica poteva incrinare, con mezzi ridotti, la capacità di tenuta politica, militare e finanziaria dell’occidente. L’errore compiuto negli anni successivi è stato considerare quella vulnerabilità come il prodotto eccezionale di una fase ormai conclusa, anziché come l’anticipazione di forme di conflitto destinate a ripresentarsi con strumenti, attori e modalità differenti.