Siamo quasi al traguardo. Mancano ancora un film italiano (Bechis) e l’ultimo lavoro di Ali Asgari: difficile per entrambi forse inserirsi nella lotta per il Leone. Nel frattempo sono arrivati il film più atteso (NAZA) e una sorpresa francese, rispetto alle aspettative.

Su NAZA non è facile esprimere un parere, senza essere fortemente condizionati dal contenuto. In realtà questo non dovrebbe essere un problema, ovviamente. Ma è palese che questo possa accadere e vale anche per le giurie. Lo è stato anche l’anno scorso per “La voce di Hind Rajab”, che vinse il Gran Premio: lì la voce vera della bambina accerchiata in auto era inserita in un contesto comunque finzionale, che ne agevolava un tot di emozione costruita dalla sceneggiatura; ora invece il documentario degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor è agghiacciante proprio nella sua forma diretta e reale, declinando in modo quasi asettico e distaccato, senza forma di alcun pentimento (a parte qualche timido caso), le responsabilità pratiche e morali del massacro in atto a Gaza. Siamo sui tetti di Tel Aviv, dove vengono intervistati alcuni dei tecnici e degli esecutori dei bombardamenti sulle case palestinesi. Raccontano, nei dettagli, la loro esperienza nelle Forze di Difesa Israeliane: come si individuavano i bersagli, grazie allo svelamento stanziale dei cellulari, e come con l’aiuto dell’AI, successivamente, si procedeva all’azione distruttiva, tramite droni, come in un videogame, ignorando totalmente che ci fosse la possibilità di colpire anche cittadini inermi, come donne e bambini, o adulti del tutto estranei ad Hamas; e di come scientificamente si provvedesse a uccidere, tramite cecchini appostati, quei palestinesi che accorrevano ai posti di sostentamento, per avere acqua e cibo, quasi fosse un gioco al luna-park. Ampliamento dell’inchiesta del Guardian, che è tra i produttori del film, NAZA (che significa più o meno l’effetto collaterale di uccidere eventuali innocenti), mostra come il cinema possa diventare documento formidabile di cronaca e di Storia, nella sua forma giornalistica più nobile, portando a conoscenza quello a cui non tutti nel mondo vogliono ancora credere: la disumanizzazione ed eliminazione di un popolo. Se il contenuto è potente, l’estetica del film costruisce un parallelo sintomatico tra i panorami sugli sfavillanti edifici della Tel Aviv notturna e intatta (lo sguardo attraverso le finestre all’interno delle case richiama quello assassino sui palazzi di Gaza) e quello finale apocalittico sulle macerie di Gaza, con i resti delle persone morte sepolte ben visibili sotto le carcasse delle case. Un pugno allo stomaco e una verità illustrata, una rappresentazione di un orrore, a cui l’umanità sembra non voler rinunciare. Se le giurie si sono sempre dimostrate sensibili ai contenuti, a maggior ragione “politici”, difficile che il film non vada a premio. Voto: 8.