Fa quasi tenerezza pensare che poco più di dieci anni fa il Movimento cinque stelle organizzò alla Camera, alla presenza di Andrey Klimov, allora vicepresidente della commissione Affari esteri della Duma russa, un convegno sul “nuovo mondo con i Brics”. C’è da dire che l’acronimo che all’epoca raccoglieva le economie di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica non aveva risonanza internazionale, ed era noto per lo più ai gruppi anti atlantisti, all’élite antisistema, insomma alla prima fase del rossobrunismo. Dieci anni dopo sono state vergate pagine e pagine – soprattutto in Italia – sul favoloso mondo dei Brics, sul fatto che il gruppo delle grandi economie alternative avrebbe schiacciato l’occidente cattivo e colonialista. C’era dietro una precisa strategia comunicativa di Pechino, che voleva ergersi a leader del cosiddetto Sud globale moltiplicando le associazioni e i gruppi accomunati da un unico obiettivo: ridurre l’influenza occidentale nelle regole del mondo.Domani a Nuova Delhi, in India, si aprirà il 18esimo vertice dei capi di stato dei Brics, alla presenza perfino del leader cinese Xi Jinping (che non va in India da sette anni per via della crisi fra le due grandi potenze) e del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. L’Iran è parte dei Brics dal 2024 e va ospite di un paese, l’India, il cui primo ministro Narendra Modi ha avvicinato moltissimo il suo governo a Israele. Gli Emirati Arabi Uniti, parte dei Brics dal 2024, sono stati colpiti da missili iraniani nei mesi scorsi e hanno chiuso la collaborazione con Teheran, e perfino il Cremlino ha ammesso che le divergenze tra Abu Dhabi e Teheran rischiano di affossare la dichiarazione finale del vertice. Insomma, i Brics dovevano cambiare il mondo, ma il vertice di Nuova Delhi si apre già carico di uno scarto quasi comico tra la retorica dell’“unità del Sud globale” e la realtà di un tavolo pieno di convitati che a stento si parlano.